Un’analisi accurata dei fatti ove la prudenza deve prevalere sull’allarmismo.
“Quando l’incertezza globale diventa epidemia locale: tra malinconie, disagi economici, caos generale ambientale e sociale, guerre e crisi politiche creano lo spazio perfetto ove le malattie dimenticate appaiono improvvisamente fornendoci anomalie per dirci che le cose non vanno bene.”
All’ospedale Cotugno di Napoli, in questi giorni, succede qualcosa di inusuale. Non è uno scoppio epidemico nel senso classico, ma un numero di ricoveri che non dovrebbe starci. Quarantatre pazienti ricoverati per epatite A: in marzo, questo è anomalo. Gli esperti lo sanno bene. L’infettivologa Carannante lo ha detto chiaramente ai colleghi e ai media: “Numeri insoliti per essere a marzo”. Il punto non è creare panico. Il punto è capire cosa sta succedendo davvero, senza allarmismi generalizzati ma anche senza negare l’evidenza. Perché l’epatite A è tornata a circolare in Campania, ed è successo in un periodo in cui normalmente non dovrebbe.
LA STAGIONALITÀ ANOMALA
Di solito l’epatite A ha un picco ben preciso nell’anno solare. È tra gennaio e febbraio che il virus trova il suo terreno fertile, la stagione in cui circolano i frutti di mare crudi, cozze e vongole soprattutto. A marzo, normalmente, i casi dovrebbero calare. I ricoverati dovrebbero tornare a numeri bassi, sporadici, come accade ogni anno. Quest’anno non è così.
PERCHÉ SI DICE “ANOMALA A MARZO
L’epatite A ha stagionalità ben documentata – il picco è dicembre-gennaio-febbraio perché: 1. Frutti di mare crudi in inverno, la stagione di consumo massimo (cozze, vongole, ostriche). Acque fredde, il virus sopravvive più a lungo (stabile con temperature basse). Raccolta molluschi in inverno = è il periodo di produzione/vendita principale comportamenti umani, feste, cenoni, più consumi di pesce crudo A MARZO normalmente i casi crollano perché? Finisce il consumo massiccio di molluschi crudi acque più calde e il virus sopravvive meno e con la stagione turistica minore per frutti di mare –
La fascia d’età più colpita non è quella dei bambini, non è quella degli anziani fragili. È quella tra i 35 e i 45 anni: adulti nel pieno della loro vita, che hanno dovuto ricoverarsi perché il virus ha preso il fegato e non lo ha mollato facilmente. Uno dei ricoverati è in condizioni particolarmente gravi: insufficienza epatica, rischio di trapianto. Non è la storia di una malattia leggera. Eppure, qui viene il punto importante, niente di questo significa che “il cibo è tutto contaminato” o che “non dovete mangiare frutta e verdura nemmeno cotta”. Significa che il virus circola, che è trasmesso principalmente dai molluschi crudi, e che le autorità sanitarie stanno muovendosi per capire cosa è successo.
DOVE È IL RISCHIO, DAVVERO
Il virus dell’epatite A vive nell’acqua contaminata e nei molluschi filtratori, soprattutto cozze e vongole. Questi animali mangiano plancton e, se l’acqua in cui vivono è inquinata, il virus si accumula nei loro tessuti. Quando li mangiamo crudi o poco cotti, il virus entra nel nostro corpo e inizia la sua azione.
Questo è il vero pericolo. Non la frutta che compri al mercato. Non la verdura che cucini. Non il pane, non la pasta, non il pesce cotto. Il calore uccide il virus completamente. Cuocere i molluschi a una temperatura interna di 65 gradi Celsius per almeno 15 secondi lo elimina del tutto, rendendoli completamente sicuri.
La Regione Campania lo sa e sta agendo di conseguenza: controlli straordinari sulla filiera dei molluschi, raccolta campioni, indagini epidemiologiche per tracciare la fonte del contagio. Non è uno shutdown dei mercati alimentari. Non è panico amministrativo. È la sanità pubblica che fa il suo lavoro, quello che dovrebbe fare sempre.
COME PROTEGGERSI, SENZA OSSESSIONI
In questo periodo, la strada più semplice è evitare i molluschi crudi, lavare con acqua corrente calda e altri rimedi per gli alimenti conosciuti.
Redazione
Fonti: ASL e comunicati degli organi competenti
